Obbligazioni e Contratti – Obbligazione pecuniaria – Acque Pubbliche e Private – Espropriazione per Pubblica Utilità= Cassazione Civile Sezioni Unite n. 17590 del 04/09/2015 = Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno sancito che “In materia di obbligazioni di valuta, nell’ipotesi in cui vi sia ritardo nell’adempimento e il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali, è ravvisabile, in via presuntiva, il maggior danno di cui all’art. 1224 c.c.”

 

TESTO INTEGRALE: Cassazione Civile Sezioni Unite n. 17590 del 04/09/2015

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVLI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Primo Presidente f.f. – Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente di Sez. – Dott. RORDORF Renato – Presidente di Sez. – Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente di Sez. – Dott. BERNABAI Renato – Consigliere – Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere – Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Consigliere – Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere – Dott. PETITTI Stefano – Consigliere – ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 1435-2014 proposto da:

R.F., elettivamente domiciliata in ROMA, presso lo studio dell’avvocato V M E, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato R V, per delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

REGIONE TOSCANA, in persona del Presidente della Giunta Regionale pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, presso lo studio dell’avvocato C M, rappresentata e difesa dall’avvocato G V dell’Avvocatura Regionale della Toscana, per delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

contro

UFFICIO REGIONALE PER LA TUTELA DEL TERRITORIO DI PISTOIA E PRATO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 104/2013 del TRIBUNALE SUPERIORE DELLE ACQUE PUBBLICHE, depositata il 20/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/05/2015 dal Consigliere Dott. G M;

uditi gli avvocati R V, G P M per delega dell’avvocato G V;

udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. A U, che ha concluso, in via principale, per il rigetto del ricorso; in subordine per l’accoglimento del quarto motivo.

Svolgimento del processo

1.- R.F. è proprietaria di terreni destinati a maneggio e centro sportivo siti in (OMISSIS), soggetti ad espropriazione per la costruzione di strutture poste a servizio dei torrenti Stregale e Fumandola. La predetta conveniva la Regione Toscana e l’Ufficio regionale per la tutela del territorio di Pistoia e Prato dinanzi al Tribunale regionale delle acque pubbliche (TRAP) presso la Corte d’appello di Firenze, chiedendo che la determinazione delle indennità di espropriazione e di occupazione venisse effettuata avendo a base di valutazione la natura edificatoria dei terreni.

2.- La Regione Toscana si costituiva e ribadiva l’offerta già proposta di Euro 105.744,38. Il TRAP Firenze, esclusa la legittimazione passiva dell’Ufficio regionale ed espletata consulenza tecnica di ufficio, riteneva che le aree espropriate (rientranti nel piano territoriale urbano comunale – PTU) potevano entro certi limiti qualificarsi edificabili e determinava le indennità di espropriazione e di occupazione dovute alla R. dalla Regione in Euro 437.716,32 e, dato atto dell’avvenuto deposito della somma di Euro 105.774, 39, determinava il quantum dovuto in Euro 331.941,94, oltre interessi dalla data del decreto di esproprio e l’ulteriore percentuale annua pari alla differenza tra il rendimento annuale netto dei buoni ordinari del Tesoro ed il tasso legale degli interessi.

3.- Proponeva appello R. lamentando l’erroneità: a) della qualificazione urbanistica delle aree sottoposte ad espropriazione e l’insufficienza dell’indice territoriale di edificabilità; b) della valutazione della proprietà residua, essendosi escluso il collegamento tra le aree residue e quelle espropriate; c) della determinazione dell’indennità per il mancato riconoscimento del maggior danno da svalutazione. Il Tribunale superiore delle Acque (TSAP) con sentenza del 20.05.13 rigettava l’impugnazione.

4.- Quanto alla prima doglianza (articolata in due motivi di appello), rilevava il TSAP che l’edificabilità delle aree comprese nel PTU, secondo la disciplina urbanistica del Comune di (OMISSIS), era subordinata all’approvazione del piano particolareggiato di attuazione del P.R.G.. Non risultando approvato tale strumento attuativo, gli indici territoriali di edificabilità (sia quelli indicati dal c.t.u., che quelli dedotti dalla parte) dovevano ritenersi indicati solo a livello di potenzialità. Pertanto, mancando il presupposto per applicare i cd. indici territoriali medi di edificabilità (in genere giustificati per il collegamento tra la zona F e quelle A, B, C, D), il criterio di calcolo indicato nell’impugnazione dava luogo ad una cubatura edificabile astratta, non riscontrabile nel concreto.

Quanto alle altre due doglianze dell’appellante, il TSAP rilevava: a) che non era stata fornita la prova circa la destinazione antecedente della porzione di terreno espropriata e, quindi, circa l’esistenza di un maggior danno; b) che era corretto il criterio di rivalutazione indicato dal TRAP (corresponsione sulla somma liquidata degli interessi ai tassi di legge dalla data del decreto di esproprio e, ove occorrente, l’ulteriore percentuale annua pari alla differenza tra il rendimento annuo dei b.o.t. ed il tasso annuo legale di interesse).

5.- R. impugna per cassazione tale sentenza con ricorso e memoria. Si difende la Regione Toscana con controricorso, eccependo preliminarmente l’inammissibilità del ricorso e contestando in diritto la fondatezza del ricorso.

Motivi della decisione

6.- La ricorrente deduce cinque motivi di impugnazione.

6.1. Con il primo motivo sono dedotti i vizi di omesso esame, di violazione di legge e omessa e/o insufficiente motivazione su fatto decisivo per il giudizio. Il TSAP non ha preso in esame la richiesta di rinnovo della consulenza tecnica per determinare il valore di mercato dei terreni in base all’indice territoriale dell’area espropriata, tenendo conto del contributo della zona F all’indice delle confinanti zone A, B, C, D e per l’accertamento della sua vocazione edificatoria. Tale rinnovo si sarebbe reso necessario, in quanto la consulenza espletata in primo grado aveva determinato il valore sulla base dei valori agricoli medi (V.A.M.), e contraddittoriamente era stato omesso, pur avendo il giudice affermato che i fondi erano da considerare inseriti in zona F, di modo che nella pratica era stato disconosciuto la loro funzionalità alle e limitrofe aree edificatorie di zona A, B, C, D. 6.2. Con il secondo motivo è dedotta violazione del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 9 testo unico in materia edilizia, del D.M. n. 1444 del 1968, art. 2, lett. f) e degli artt. 60-62-64 norme tecniche att. (NTA) comunali, censurandosi l’affermazione del giudice di appello secondo cui l’edificabilità delle aree appartenenti al Parco territoriale urbano è condizionata all’approvazione del piano particolareggiato di attuazione del P.R.G., di modo che gli indici territoriali di edificabilità sarebbero solo potenziali. Tali affermazioni contrastano, invece, con le disposizioni del NTA del P.r.g. che inserisce i terreni in questione nella zona omogenea F (art. 60), disponendo che in tale zona possano essere inserite opere per la conservazione dell’ambiente (art. 62) e nuove costruzioni a carattere sportivo (art. 64). Inoltre, il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 9 consente pur sempre gli interventi di manutenzione e ristrutturazione degli immobili in mancanza degli strumenti urbanistici attuativi.

6.3. Con il terzo motivo è dedotta violazione della L. 20 giugno 865, n. 2359, art. 39 e del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, art. 4, comma 5, atteso che per la formazione edilizia del Comune di (OMISSIS) le aree destinate alla realizzazione degli “impianti, servizi ed usi di interesse collettivo” (zona F) rappresentano elemento costitutivo e funzionale dell’edificabilità delle zone limitrofe di cui rappresentano zone omogenee di completamento, di modo che l’indice territoriale posto a base del calcolo del valore venale avrebbe dovuto essere determinato in base delle potenzialità edificatorie delle zone limitrofe di tipo B (completamento residenziale) e di tipo D (attività artigianali ed industriali). In subordine, anche a voler tenere conto delle minori potenzialità edificatorie fissate dal c.t.u. (0,01 mq./mq.), avrebbe dovuto pur sempre considerarsi di un patrimonio già edificato, che comunque rendevano possibile lo sfruttamento edilizio della zona.

6.4. Con il quarto motivo è dedotta violazione della L. 20 giugno 865, n. 2359, art. 40 e carenza di motivazione a proposito dell’esclusione del carattere parziale dell’esproprio, trattandosi di ablazione di un complesso immobiliare appartenente a unico soggetto e caratterizzato da unitaria destinazione economica, che implica per il proprietario un pregiudizio diverso da quello ristorabile mediante l’indennizzo calcolato con riferimento alla sola porzione espropriata. A tale riguardo parte ricorrente pone in evidenza che dalla relazione del c.t.u. e dalla documentazione degli atti di esproprio emerge che sul terreno erano site attrezzature per la destinazione dell’area a maneggio ippico e centro sportivo, di modo che sarebbe ingiustificata l’affermazione della mancanza di prova circa la destinazione dei terreni ad attività agonistica.

6.5. Con il quinto ed ultimo motivo è dedotta la violazione dell’art. 1224 c.c., comma 2 e art. 1277 c.c., nonchè contraddittoria, illogica ed errata motivazione su un fatto decisivo per il giudizio. Rileva la ricorrente che nella specie il decreto di esproprio è intervenuto in data 8.11.03 e che l’Ente espropriante è stato costituito in mora il 28.10.04, senza che la Regione Toscana abbia mai determinato nè offerto l’indennità definitiva di esproprio. Il risarcimento di tale danno avrebbe dovuto essere determinato non sulla base degli interessi legali dalla data del decreto di esproprio, ma sulla base del rendimento medio degli investimenti finanziari effettuati dalla ricorrente nel periodo interessato, del quale era stata fornita prova in corso di causa.

7.- Preliminarmente deve rigettarsi l’eccezione di inammissibilità del ricorso, formulata dalla Regione Toscana, con la quale si sostiene che l’odierna impugnazione ha il solo scopo di pervenire ad un terzo pronunziamento in fatto, essendo proposte al Collegio di legittimità questioni già oggetto dei due gradi di merito.

Deve rilevarsi, infatti, che i motivi denunziano questioni che pur mirando ad una riforma della sentenza su un punto attinente una questione di merito, quale la determinazione dell’importo dell’indennità di esproprio, hanno in realtà ad oggetto questioni tipicamente di diritto, quale la qualificazione giuridica delle aree soggette ad esproprio ed il conseguente regime di edificabilità.

Tali questioni rientrano nella configurazione data da queste Sezioni unite all’impugnazione per cassazione delle sentenze del TSAP pronunziate in grado di appello. Valga al riguardo il richiamo al principio più volte enunziato che avverso le sentenze del Tribunale superiore delle acque pubbliche, tanto se emesse in unico grado nelle materie contemplate del R.D. n. 1775 del 1933, art. 143, quanto se emesse in grado d’appello, il ricorso per cassazione, come si desume dal coordinato disposto dell’art. 111 Cost. e degli artt. 200 – 201 citato R.D., è ammesso soltanto per violazione di legge o per motivi attinenti alla giurisdizione (v. per tutte la sentenza 9.07.01 n. 9321).

8.- Tanto premesso, deve rilevarsi l’infondatezza dei primi tre motivi, che qui vengono trattati congiuntamente in ragione della loro connessione logica.

Come già accennato in parte espositiva, l’accertamento di fatto compiuto nel giudizio di merito per mezzo della consulenza tecnica di ufficio ha evidenziato che, prima dell’apposizione dei vincoli idrogeologici, le aree in questione, in base al piano regolatore generale (PRG) comunale, erano classificate parte alla voce “Parco territoriale urbano” (PTU), parte alla voce “viabilità” e parte alla voce “impianti sportivi”. Il primo giudice ha considerato entro certi limiti edificabili le aree in questione, collocandole nella zona F del PRG e ritenendole poste a servizio delle aree limitrofe, poste in zone edificabili A, B, C e D, in considerazione del fatto che le norme tecniche di attuazione (NTA) del PRG consentivano la destinazione anche privata delle edificazioni consentite. Sulla base di questi presupposti il TRAP ha quantificato l’indennità, basandosi su indici territoriali di edificabilità determinati in relazione alla detta limitata potenzialità edificatoria.

L’appello aveva ad oggetto, tra l’altro, proprio tali modalità di quantificazione dell’indennità, richiedendo la proprietaria (tramite nuovo accertamento tecnico) la rideterminazione dell’indice edilizio territoriale della zona in esame, tenendo conto dell’effettivo rapporto funzionale delle aree espropriate, collocate in zona F, con quelle delle aree (edificabili) poste in zone A, B, C, D. Il TSAP ha rigettato l’appello evidenziando, sempre sulla base della consulenza di ufficio, che, secondo la disciplina urbanistica del Comune di (OMISSIS), del cui territorio qui si discute, l’edificabilità è regolata dal piano particolareggiato di attuazione del PRG. Lo stesso giudice rileva che mancando la prova dell’approvazione di tale strumento attuativo e della variante organica che disciplina le modalità di attuazione del PTU, gli indici territoriali di edificabilità (sia quelli indicati dal c.t.u., che quelli dedotti dalla parte) dovevano ritenersi indicati solo a livello di potenzialità in quanto privi di un concreto riscontro urbanistico.

In forza di questa ricostruzione del regime dell’edificabilità, e rilevando la mancanza dei presupposti per applicare i ed. indici territoriali medi di edificabilità (in genere giustificati per il collegamento tra la zona F e quelle A, B, C, D), conclude il TSAP, il criterio di calcolo indicato dall’appellante darebbe luogo ad una cubatura edificabile meramente virtuale, non essendo materialmente esistente il comparto edificatorio ricollegabile alle qualificazioni urbanistiche di PRG. L’impugnazione odierna della proprietaria ribadisce invece quanto sostenuto nel giudizio di merito, e cioè che le aree in questione, classificate dal PRG secondo la scansione indicata dal consulente tecnico, erano collocate in zona F (che descrive “parti del territorio destinate ad attrezzature ed impianti di interesse generale”) in forza delle norme tecniche di attuazione (NTA) del PRG (art. 60), le quali fissavano anche le caratteristiche delle opere che ivi avrebbero potuto essere realizzate (artt. 62 e 64).

Con l’impugnazione odierna, tuttavia, non è contestato il punto nodale di tutta la costruzione del TSAP, e cioè che la “edificabilità” delle aree è cosa diversa dalla loro vocazione urbanistica e che nella specie l’edificabilità è subordinata ad uno strumento urbanistico attuativo (il piano particolareggiato), che risulta proposto, ma di cui non è provata l’approvazione.

Non vale a dar corpo al concetto di “edificabilità”, che consente l’applicazione di un effettivo indice territoriale, il richiamo effettuato dalla ricorrente al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 9 per il quale “nelle aree nelle quali non siano stati approvati gli strumenti urbanistici attuativi previsti dagli strumenti urbanistici generali come presupposto per l’edificazione” sono consentiti gli interventi edilizi previsti dallo stesso D.P.R. 380, art. 3, lett. a), b), c) e d) (ovvero interventi di manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro, risanamento e ristrutturazione). La disposizione richiamata, infatti, non comporta la non operatività degli strumenti attuativi, ma unicamente appresta misure di tutela, onde evitare che i ritardi dei procedimenti pianificatori riverberi non sopportabili effetti negativi sui privati.

Tali considerazioni comportano l’infondatezza dei tre motivi in esame, che, senza validamente contestare l’assunto del TSAP circa il reale regime urbanistico delle aree espropriate, danno tutti per scontata l’esistenza di una (pur attenuata) vocazione edificatoria delle aree e, in attuazione del criterio del collegamento funzionale tra la zona F (destinata ad opere di interesse generale) e quelle A, B, C, D (tutte in diversa misura edificabili), invocano un indice territoriale di edificabilità maggiore che non quello adottato dal giudice.

9.- Con il quarto motivo si contesta la mancata considerazione del carattere parziale dell’esproprio, di modo che non sarebbe stato oggetto di indennizzo il pregiudizio subito dal proprietario delle aree, il quale nella porzione residua non potrà continuare ad esercitare con la stessa intensità ed ampiezza le attività economiche intraprese nell’originaria intera estensione.

Al riguardo deve rilevarsi che la sentenza da atto che residua un’area non espropriata ed afferma essere incontestato che l’attività ippico-sportiva esercitata sull’intera estensione prima dell’espropriazione faceva riferimento non alla proprietaria ma ad un affittuario. Lo stesso giudice, inoltre, evidenzia che non risulta provato che l’attività agonistica svolta nel maneggio insistente sull’area nell’estensione originaria avesse subito un pregiudizio per la riduzione delle misure del campo di gara, che così era divenuto non più compatibile con le competizioni internazionali, al punto che dall’espropriazione sarebbe derivata una riduzione del canone corrisposto dall’affittuario.

Di fronte a questa analitica disamina circa la reale consistenza delle attività economiche svolte sull’originaria estensione e, di conseguenza, circa la configurabilità di un pregiudizio indennizzabile, parte ricorrente si è limitata a generiche contestazioni, facendo questione della riduzione dell’utilità economica in termini di astratta utilizzabilità delle aree. In particolare non ha dato adeguato conto del pregiudizio effettivo ricevuto dal ridimensionamento dell’area sullo svolgimento dell’attività sportiva e le conseguenze sul canone di affitto.

In ragione di tale genericità anche il quarto motivo è da ritenere infondato.

10.- Con il quinto motivo sono contestati i criteri di risarcimento del danno per il ritardo della corresponsione dell’indennità, che il giudice ha riconosciuto nei limiti degli interessi legali dalla data del decreto di esproprio aumentati dell’ulteriore percentuale annua pari alla differenza tra il rendimento dei buoni ordinari del Tesoro ed il tasso annuo legale degli interessi.

Con l’odierno ricorso la ricorrente sostiene di essere investitore finanziario abituale e che il risarcimento per il ritardato pagamento dovrebbe essere rapportato al rendimento medio dei suoi investimenti.

Al riguardo deve rilevarsi che la giurisprudenza di queste Sezioni unite afferma che nel caso di ritardato adempimento di una obbligazione di valuta (quale quella di corrispondere l’indennità di esproprio), il maggior danno di cui all’art. 1224 c.c., comma 2, esiste in via presuntiva in tutti i casi in cui, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali. In tal caso il risarcimento del maggior danno spetta a qualunque creditore, quale ne sia la qualità soggettiva o l’attività svolta, fermo restando che se il creditore domanda, a titolo di risarcimento del maggior danno, una somma superiore a quella risultante dal suddetto saggio di rendimento dei titoli di Stato, avrà l’onere di provare l’esistenza e l’ammontare di tale pregiudizio, anche per via presuntiva (sentenza 16.07.08 n. 19499).

Avendo il TSAP determinato il risarcimento facendo applicazione del criterio base dell’interesse legale maggiorato dell’ulteriore eventuale rendimento dei titoli di Stato, sarebbe stato onere del richiedente dare la prova della abitualità dei suoi investimenti finanziari per far scattare la presunzione dell’ulteriore maggior danno. La prova, implicitamente ritenuta mancante dal giudice di merito, vertendosi in questione di mero fatto, tuttavia, non avrebbe potuto essere fornita in sede di legittimità. In ogni caso la parte con il ricorso per cassazione non svolge adeguate deduzioni idonee a porre in evidenza che il rendimento degli investimenti finanziari da lei conclamati fosse di importo superiore a quello desumibile dal criterio indicato dal TSAP e, quindi, non contesta validamente sul punto il decisum del giudice.

11.- In conclusione, infondati tutti i motivi, il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente deve essere condannata alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte, pronunziando a Sezioni unite, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200 (duecento) per esborsi ed in Euro 8.000 (ottomila) per compensi, oltre Iva, Cpa e spese forfettarie nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. Così deciso in Roma, il 26 maggio 2015. Depositato in Cancelleria il 4 settembre 2015

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